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Esercizi di osservazione - Tornare a Roma


Io abito nella capitale dell'isola e in questo periodo l'aeroporto pullula di persone che viaggiano per riabbracciare i propri cari, di famiglie che durante l'anno sono separate a causa del lavoro, a causa della vita che divide più spesso di quanto non unisca. A volte è un dolore, altre un sollievo. E così, alla partenza dall'aeroporto dell'isola mia, basta girare lo sguardo alle mie spalle, mentre annoiato faccio la fila per il controllo ai varchi della sicurezza, per vedere i grappoli di volti anziani che, con le lacrime agli occhi, salutano sorridendo e piangendo, agitando le mani, con la voce inutile ché tanto non si sente.

 

E i figli di quei volti sono sempre nella fila davanti a me che si levano la cintura, che chiedono se si devono togliere gli stivali borchiati prima del metal detector, che mi mostrano le nuche rasate, i tatuaggi sul collo. E le loro figlie che escono dal dolmen del rilevatore di metalli con lo sguardo tornato ad essere fiero e duro, tornato ad essere quello di chi ha dovuto soffrire per riuscire nella vita. Passare il metal detector all'aeroporto dell'isola mia, vuol dire tornare a mettersi una corazza, tornare nel mondo dove non c'è la mamma a prepararci la prima colazione e dove tirano calci quando meno te lo aspetti.

Però io mi innervosisco quando devo viaggiare nel periodo delle feste, perché mi innervosisce la perdita di tempo causata dalle migliaia di persone che prendono l'aereo una volta all'anno e che ci ingolfano le file, ritardano i controlli, bloccano gli imbarchi perché non trovano la carta di imbarco o che ci mettono troppo, troppo tempo a prendere posto una volta a bordo. E sono stronzo ad infastidirmi, stronzo e supponente, e me ne rendo conto.

 

Quindi dissimulo e cerco di concentrarmi sulla lettura del sempre più insulso quotidiano del giorno, comprato più per uno stanco rito che per effettivo bisogno. Per risparmiare, visto che c'è la crisi, i servizi a terra negli aeroporti spesso sono effettuati da giovani in perenne formazione. Non fa eccezione l'aeroporto della mia città, che spesso ti capita di attendere mentre il tuo operatore al check in si fa dettare le istruzioni dal collega anziano che sta in piedi dietro le sue spalle. "No, prima effe quattro, poi tab poi inserisci il codice..." e la tua presenza in attesa della consegna della carta di imbarco sembra a loro un fastidio, anziché la giustificazione stessa del loro stipendio. E io, che mi sforzo di non essere stronzo, faccio fatica a non mostrare fastidio, faccio fatica a non pensare che le ore di formazione se le dovrebbero fare a parte in altre aule e in altre ore, non a mie spese o al prezzo del mio tempo perso ad assistere ad una formazione che non mi riguarda. Ma mi sforzo di non mostrare di essere così stronzo. Poi assisto al solito rito del tentativo di imbarcare un volo strapieno (170 persone o poco più) in tre minuti, perché l'imbarco non viene mai (o quasi mai) chiamato in orario, ma solamente quando mancano cinque minuti al decollo, se va bene. Mi chiedo il perché di così tanta incompetenza e incapacità e mi infastidisco, in maniera stronza. Divento ancora più stronzo e immagino un mondo dove il responsabile dei servizi di terra che sistematicamente sbaglia gli orari di imbarco, venga licenziato dall'oggi al domani.

Sulla strada, senza più uno stipendio, costretto a andare in giro a portare il suo curriculum in giro per uffici dove nessuno lo considera o dove dei pischelli lo trattano con sufficienza prima di porre il suo fascicolo assieme a quello di migliaia di altri. Ma ancora dissimulo e mi viene facile calmarmi, visto che a bordo tutto scorre perfettamente. A bordo degli aerei che ci portano via dalle nostre famiglie isolane tutto va come deve andare. Lì infatti, a bordo delle velocissime navi del cielo, ognuno deve fare esattamente il suo dovere e tutti devono svolgere i compiti per i quali sono stati addestrati e vengono pagati. A bordo degli aerei è così, non come a terra, non come in terra italica in special modo. Ma tutta la tranquillità accumulata durante il volo è pronta ad andarsene davanti al nastro di riconsegna bagagli numero 11 di Fiumicino. Un'ora di attesa prima di andare a parlare con il responsabile dei servizi di handling e di scoprire che il personale si era messo in pausa pranzo senza consegnare i nostri bagagli, i bagagli di noi isolani, sempre troppo educati, sempre adusi a sopportare in silenzio. Il responsabile scompare dietro una delle porte allarmate che portano in zone proibite a noi viaggiatori. Dopo nemmeno tre minuti i nostri bagagli compaiono sul nastro e io, che sono ormai diventato sempre più stronzo, immagino ondate di licenziamenti senza se e senza ma, immagino il terrore dipinto sui volti di quelli che pensano che avere uno stipendio sia un diritto ma che svolgere il proprio compito sia un optional, anche se si manca di rispetto a centinaia di persone che rimangono in attesa senza poter parlare con nessuno.

 

Anche qui immagino un mondo migliore, mentre a bordo del trenino mi dirigo verso Termini. Un treno, chiamato Leonardo express, che in qualsiasi altra capitale del mondo civile collegherebbe i pochi chilometri che separano l'aeroporto dal centro città (poco più di trenta) in pochi minuti: cinque, dieci, massimo quindici. E che invece ce ne mette trentacinque quando va bene. Ma sono così tanti gli anni trascorsi a frequentare intensamente la tratta, che non faccio più caso all'assurdo anacronismo. Un treno che non può superare la media di sessanta chilometri l'ora. Ma poi arrivo alla stazione Termini: per me, e per il mio personale utilizzo della capitale, il cuore pulsante della metropoli, e mi rinfranco. Mi piacciono le grandi stazioni perché sono luoghi di osservazione privilegiata di tipologie umane le più varie e Termini è una delle più spettacolari da questo punto di vista. Il vedere tutte, ma proprio tutte le razze del pianeta incrociarsi e frequentarsi in questo luogo, mi permette di viaggiare su tutto il pianeta senza spostarmi. Come se fosse possibile star fermi e osservare tutto il mondo che ci passa davanti. Imparo ad osservare con un po' più di attenzione e scopro che ci sono zone organizzate e distinte nelle quali le varie etnie si ritrovano e si incontrano i diversi gruppi. Per esempio adesso so dove si trovano i nigeriani e dove gli eritrei, so che i filippini adorano incontrarsi davanti a una tazza di cappuccino, mentre i cinesi passano e non si fermano. Ho imparato a identificare i giovani balcanici che a gruppetti di due pattugliano l'intera stazione nelle sue zone commerciali, o con gli occhi sognanti il mondo fantastico dei calciatori e delle veline, o con lo sguardo indagatore di chi ricerca l'occasione per "fare la giornata".

E di tutti quegli occhi dei quali non riesco a identificare la provenienza, posto fantasticare di avere visto un efebico singalese cercare di vendere un improbabile pupazzo nei tunnel di collegamento con la metro, di avere visto una coppia di innamorati indonesiani e un gruppo di donne congolesi. Tutti stiamo sotto lo stesso tetto e mangiamo le stesse cose: i muffin, gli yasai wontong, i cornetti e il tè. Ho imparato a notare come il té sia l'elemento di unione della gran parte dei popoli della terra, ho imparato a considerarci, noi del profumo di caffé tostato, come una stupida minoranza con pretese di etnocentrismo. Strano come in questo strano luogo tutto sembri funzionare in maniera ottimale e quindi poco italiana. Nei negozi e nei bar, nei ristoranti e nelle boutique, nei bagni pubblici e nei depositi bagagli, nelle edicole e nelle biglietterie automatiche tutto è pulito e funzionale. Non sembra certo di stare in Italia. Subito fuori da questa strana isola che è la stazione di Roma, la gente parcheggia le macchine sui marciapiedi e sulle strisce pedonali, si scippano i turisti sui marciapiedi, si fanno cagare i cani sul pubblico passeggio, si buttano le cartacce per terra e così via. Ma dentro la stazione no. Forse per le squadre di vigilanti o forse perché la moltitudine di negozi e di servizi crea un microcosmo controllato in maniera incrociata da tutte le sue parti. Non lo so, fatto sta che osservare i tavolini occupati durante l'ora della merenda pomeridiana da tutte le provenienze del mondo, mi mette allegria, mi fa pensare di vivere ancora in un paese vivo, migliore di quello che traspare all'esterno, e anche all'interno.

 

 

 

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