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 UN VIAGGIO IN MOTO.

 Intanto mettiamo i puntini sulle "i". La mia non è propriamente una moto. Sì, è vero che ha le ruote da 16" come una moto, che ha doppio freno a disco anteriore e disco posteriore, che ha la frenata integrale, che ha il telaio a "V" in alluminio e che ha un assetto da GT. Ma non è propriamente una moto. È un ibrido fra scooter e moto perché è monomarcia e perché ha una ingombrante carenatura che nasconde un ampio vano di carico e che protegge bene dalla pioggia battente, nel caso. Troppo comoda per essere una vera moto. Ma io la chiamo "la mia moto". La tengo in ordine pulita e coi livelli sempre controllati, le faccio i tagliandi necessari e, ogni tanto, le regalo anche qualcosa in più. La mia moto ha un motore monocilindrico da 500cc ed è la protagonista di questo viaggio.

Sarei dovuto partire in compagnia dell'amico Giacomo che ha invece avuto un contrattempo di quelli dell'ultimo minuto, e invece sono partito da solo. 


La Sardegna. Parto dalla mia città, che è Cagliari e che sta nel mezzo della costa sud della Sardegna, alla volta di Olbia, che sta all'estremo nordest dell'isola. 285km per imbarcarmi con la Moby Lines (la compagnia dell'armatore Onorato, quello di Mascalzone Latino, la barca a vela) diretto a Livorno.

Durante le poco più di tre ore, rimango solo con i miei pensieri e ragiono sul perché io sia obbligato a fare tutta la Sardegna per imbarcarmi verso il continente. Da Cagliari sarebbe tanto più comodo. Ricordo che quando ero piccoletto e viaggiavo con i miei genitori e con i miei fratelli, da Cagliari ci si poteva imbarcare per Civitavecchia (con la Tirrenia), per Livorno (con la TransTirrenoExpress) e per Genova (con le Canguro).

Oggi, ragionavo mentre scendevo dalle montagne di Nuoro verso Posada, da Cagliari posso al massimo partire per Civitavecchia con una compagnia (la Tirrenia) ai più bassi livelli qualitativi di servizio e di funzionalità del mondo, con le cabine che spesso portano i segni dell'occupante precedente e con le mense dove tutti i cibi hanno lo stesso sapore, se va bene.

Ragiono sulla scarsa propensione delle mie genti, dei sardi, a farsi rispettare. Ragiono dentro il casco integrale, con il sibilo dell'aria che mi tiene vivo e sveglio, e penso che un popolo fiero avrebbe già cacciato e castigato questa compagnia, la Tirrenia appunto, che succhia soldi dallo stato senza ripagare con servizi adeguati. Ragiono sullo spreco della nostra pseudo-balentìa, sempre pronta a incendiare la macchina del sindaco che non ci concede di costruire il terzo piano di casa, o a uccidere da dietro un muretto a secco chi ha messo una mano in culo alla nostra donna, ma mai coraggiosa ad ergersi contro i veri sfruttatori, contro i padroni.

Noi sardi, causa la nostra storia, siamo un popolo di servi e al padrone riserviamo plausi e "prendas de oro", mentre al nostro vicino di pascolo prepariamo un'altra "festa".

Questo penso mentre mi scorre la verde Gallura davanti agli occhi, mentre cerco di mantenere una traiettoria decente, a dispetto dell'ingegnere che ha disegnato la strada.

la moto si comporta decisamente bene, l'assetto è sempre stabile e sicuro. I consumi e le temperature sono nella norma.

In questo devo aver preso da mia madre: datemi una strada davanti e io sono felice. Percorro i duecentottantacinque chilometri con mille pensieri. Uno è quello dell stato delle strade della mia terra, che rivela molte cose. Leggevo da qualche parte che lo sgretolarsi dell'impero romano (l'unico momento storico del quale l'Italia può andare fiera) si lesse dapprima nella decadenza delle sue strade consolari. Questo mi viene in mente percorrendo l'arteria di principale comunicazione dell'isola. La percorro di domenica, a cantieri chiusi, ma sulla strada è pieno di divieti di sorpasso e di limiti di velocità imposti in prossimità dei cantieri. "Pericolo uscita autocarri" con un bel limite di 40 orari. I tratti con il fondo sconnesso, che non supererebbe nessun collaudo europeo, vengono segnalati con un laconico cartello di limite di 80 chilometri all'ora che nessuno rispetta e che nessuno fa rispettare. Sono i cartelli burocratici: quelli che servono al funzionario di turno a lavarsi le mani in caso di un incidente. C'è un cartello che vedo da anni: dice "fondo stradale sconnesso. Moderare la velocità". Mentre i miei occhi si sbisogano per intercettare le buche prossime venture, penso a quanto noi sardi siamo idioti. A quanto la mia terra sia decadente e perduta. Penso a quanto ci sia da fare.

Ma Olbia si avvicina e la temperatura allenta la morsa. Dai trentacinque gradi siamo passati ai trenta, complice l'orario del tramonto, e mi sembra quasi che ci sia fresco.

la traversata è stata lunga ma non sono stanco. Il casco integrale protegge bene dal sole cocente ed è pieno di aria forzata al suo interno. Il mio giubbotto traforato ha fatto il resto.

Entro a Olbia con il solito traffico immobile. Se non avessi la moto ci metterei un'ora a raggiungere l'imbarco, ma, noblesse oblige, per le moto c'è sempre una strada in più. Accarezzo il serpentone d'auto e arrivo dritto in cabina. 

Domani voglio raggiungere Merano ed ero indeciso se, per raggiungere Modena e l'imbocco della autobrennero, passare per la A1 con il tratto Roncobilaccio Barberino del mugello a rischio di intasamenti, o se fare la La Spezia Parma.

Il risveglio porta consiglio assieme alle prime luci dell'alba. Da livorno si raggiunge Lucca e da lì si prende la strada statale n.12 dell'Abetone e del Brennero.


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Le ultime ore, dall'alba all'attracco al porto di Livorno, sono di navigazione su un terreno che pare un lago, tanto è piatto. L'oblò della mia cabina da verso ovest e quindi non vedo il sole ma solo l'argento che conquista lo spazio che prima era del blu e quindi del celeste. Si sbarca con poco ritardo e cerco l'ingresso per l'autostrada che mi porterà a Lucca dalla quale prenderò la Statale 12 dell'Abetone e del Brennero. A Lucca faccio un giro sui viali di circonvallazione delle belle mura, un po' perché non è consentito l'accesso al centro storico e non posso lasciare sola la moto con tutti i bagagli, e un po' perché sono viali alberati dove è un piacere prendere il fresco addosso. 

Poi la Statale che sale sull'appenino mi si srotola davanti con curve dolci, veloci e regolari. In alcuni punti l'asfalto è ancora bagnato dall'umido della notte, ma non sono uno che si prende rischi. Dalle scivolate sulle due ruote che ho fatto da quando ne ho l'età, ho imparato a temere la perdita di aderenza. Guido con gli occhi che "leggono" il terreno. Buche, sabbia, foglie bagnate e gradini longitudinali sull'asfalto vanno individuati per tempo. La strada è come me la ricordavo: tutta in mezzo al bosco con aperture mozzafiato sulle vallate più in basso. Non so da dove mi nasca la felicità che provo ogni volta che ho una strada davanti, forse dal sangue di mia mamma che in questo (e in tanto altro!) mi è affine. 

La testa si svuota di ogni pensiero e mi concentro sul come affrontare ogni curva. La guida con una monomarcia come la mia richiede qualche accorgimento diverso rispetto a una moto a marce. Non si può scalare prima della curva o affrontare una discesa scegliendo al marcia adatta. 

Io ho adottato un sistema: prima di ogni curva rallento col freno motore o con una frenata integrale, con la leva sinistra. Poi, subito prima di entrare in curva, tocco il freno anteriore destro una o due volte simulando una staccata. Il mio "imperioso" si incolla al terreno e posso "uscire" dalla curva con una regolare sgasata. Una specie di danza che mi ipnotizza e mi rende euforico a ogni inclinazione. Il peso dei miei bagagli è distribuito tutto in centro ed è un piacere trasferire il peso a destra o a sinistra a seconda della piega. 

Attraverso paesini dove la vita cammina con un passo diverso, posti dove è meglio non avere problemi urgenti di salute perché il primo ospedale è a parecchi chilometri di curve di distanza. Paesini dove tutti si conoscono per nome e i giovani danno del tu ai vecchi seduti fuori dal caffé dove mi fermo per perdere al superenalotto. Ponti romani ancora in piedi, chiesette ambiziose per poche anime di parrocchia, con pochi turisti che si aggirano senza fretta. Incontro tante moto: dalle grandi tourer tedesche ai bolidi giapponesi che fanno le pieghe in discesa che nemmeno Chioccioli scendendo dal Fedaia.

la statale 12 è un mio mito. Me la immagino secoli fa percorsa dai pellegrini che andavano verso Roma o che tornavano a casa dopo la visita. È uno dei pezzi più importanti della via francigena e a Lucca, infatti, si coltiva e si studia ancora oggi la tradizione provenzale con i canti e i racconti che venivano abbandonati dai viandanti. Forse è una strada magico perché ad un certo punto mi scompare da sotto il sedere. 

Non so come sia potuto accadere, ma ad un tratto mi accorgo che sui pannelli miliari c'è un chilometraggio diverso e campeggia la segnalazione che sto percorrendo una strada provinciale. Ma come è possibile? Ad occhio, stando alla posizione del sole, la direzione è quella giusta, verso nord. Ma come è possibile che sia scomparsa la mia SS12? Mi fermo e consulto la carta infallibile. Niente di preoccupante: fra pochi chilometri mi ricongiungerò alla statale. Era successo che i cartelli messi da qualche sindaco zelante mi hanno fatto percorrere una "circonvallazione" di un minuscolo borgo. Sicuramente hanno pensato di deviare il grosso del traffico che disturbava il loro piccolo centro. Ma io detesto le circonvallazioni. Io voglio sfilare per tutti i paesini, passare davanti alle piazze delle loro chiese principali e vedere i signori che passeggiano con il giornale sottobraccio, le signore con le buste della spesa e le bottegaie sull'uscio che prendono in giro i passanti che salutano con il braccio teso. Cosa me ne faccio delle circonvallazioni io!!!

Mancano sei chilometri al passo dell'Abetone (Km86 della SS12) e poche case mi annunciano la possibilità di una sosta. Fermo il mezzo davanti alla bottega "Panificio Alimentari di Sabatini Duilio e Lorella", come recita l'insegna. Fuori un tavolino con due giornali locali e delle sedie. Mi faccio fare un panino imbottito con la finocchiona, che dopo il valico entriamo in terra modenese e di quella bontà non se ne troverà più traccia. Un panino e una lattina di coca due euro e cinquanta. Riparto.

Il valico è luogo per turisti. Alberghi e ristoranti, negozi di souvenir e di attrezzature sportive. Gli impianti di risalita sono dovunque, a destra come a sinistra della strada, e si riposano in attesa della neve invernale. Sui giornali locali avevo appena letto le lamentele degli albergatori della zona che quest'anno avevano solo prenotazioni per la settimana di ferragosto, poi il buio. 

Scendo verso Modena attraversando luoghi di villeggiatura povera, così povera che non si usano più. Le curve si fanno ancora più ampie e in discesa è facile farsi prendere la mano. Rallento e la faccio passare questa auto che mi si incolla al sedere senza distanza di sicurezza. Non voglio correre, voglio viaggiare con la visiera aperta, visto che il parabrezza me lo consente fino ai centodieci all'ora. I profumi ora sono diversi. Salendo dal versante toscano si alternavano gli odori di legno tagliato dalle segherie, dei camini accesi, dei glicini che pendono (in questa stagione!!) dalle cancellate dei villini, dei fitti boschi dentro i quali è tagliata questa strada. Scendendo verso Modena invece i profumi si attenuano man mano che l'altitudine scende. 

Mi fermo a Pavullo per una sosta più lunga. Chioschetto nel parco davanti al piccolo ospedale per qualche crescentina con salumi e per una birretta. Anche qui tutti si chiamano per nome e si sorridono volentieri. Le due cameriere sono molto gentili e sorridenti. Anche i titolari alla cassa avranno si e no trent'anni. Mangio tutto prima che le api esploratrici rivelino alle colleghe l'ubicazione del mio cibo. Poi un po' di calma e di fresco. 


Da Pavullo la strada è veloce e l'imbocco della autobrennero è a pochi minuti. Da piccolino, quando viaggiavo sul  sedile posteriore della macchina dei miei, riconoscevo l'autostrada del Brennero dal buard rail color ruggine. Anzi, pensavo proprio che fosse arrugginito, e non trattato con vernice antierosione, come ho scoperto da poco. Dai ventiquattro gradi dell'Abetone ai trentasette di questa infinita pianura padana, con i casali che ricordo poveri e che ora vedo ristrutturati e con giardini curati oltre la rete di recinzione dell'autopista.

La strada adesso è dritta fino a Bolzano e mi fermerò solo due volte per il pieno e per bere un po'.

Per passare il tempo mi metto a cantare dentro il casco. Mi metto a cantare le canzoni che non cantavo da tempo e delle quali ho scoperto che so ancora a memoria i testi e i cambi di tonalità. 

Mentre la voce mi giunge alle orecchie come quella di Neil Armstrong sulla luna ("A small step for man, a great leap for mankind"), mi metto a cantare tutte le canzoni che mi hanno commosso nella mia vita, anche quelle che non canterei mai neanche adesso perché mi vergognavo che mi piacessero anche allora. È strano come succeda che spesso delle canzoncine, o presunte tali, abbiano significato tanto per noi, che abbiano saputo così crudelmente descrivere i nostri giovani stati d'animo, le prime illusioni o disillusioni. 

Alcune delle canzoni che ho cantato mi hanno fatto così tanto piangere dentro al casco, che alla sosta successiva in autogrill mi sono dovuto dare una sciacquata al viso e agli occhiali, tutti incrostati degli stessi sali. 

Anche se sono un cantante navigato, ancora oggi non posso cantare e piangere allo stesso tempo. Per cantare devo essere contento. O addirittura felice. Ma spesso accade che anche la felicità faccia piangere, e allora dentro al casco dovevo cambiare scaletta. Scusate, scusate tanto.

Cantando cantando il paesaggio cambia e sento l'aria delle montagne che mi hanno accolto fin da quando avevo undici anni. Le cime le riconosco una per una. Lo strano monolite a Egna, l'altro suo gemello, ma con un castello sopra, che da Bolzano mi porterà in trenta chilometri a Merano. La mia meta. Sono trentaquattro anni che frequento questi posti. Li adoro. So in quali sentieri avventurarmi se cerco fresco, se cerco di mettere alla prova le gambe, se voglio vedere paesaggi mozzafiato e chiamare per nome le cime più lontane. Conosco i sentieri che gli spalloni facevano per attraversare il confine senza incontrare doganieri, quelli che i curati di campagna facevano per andare a piedi di borgo in borgo, di malga in malga.

La strada da fare in moto e la strada da fare a piedi. La strada è la mia vita, viaggiare è la mia vita. Mi piace faticare e poi guardare dall'alto tutto il percorso che ho fatto.

Lo faccio spesso, lo faccio sempre.


La mia moto l'ho lasciata praticamente ferma per due giorni. Domani torno a Verona dove mi aspettano dieci giorni di afa e quattro serate in Arena. Poi torno qui su. Promesso.

 

 

 

 

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