Farsi un'idea del mondo

Amenità. Si dice che la differenza abissale fra la cultura giapponese (o asiatica in generale) e la nostra occidentale sia in questa descrizione. Mentre l'occidentale per farsi un'idea completa dell'intero universo ne studia ogni dettaglio, tutte le leggi che lo rego-lano, ne descrive con minuzia tutte le parti che lo compongono, il giapponese passa tutta una vita a studiare una sola foglia di una determina-ta pianta. La osserva, la scruta, la fotografa e la dipinge ossessivamente. Ma il giapponese da questo studio così tanto dettagliato e quasi os-sessivo, riesce a trarne un'idea abbastanza esat-ta di come funzioni l'universo intero. Mi sono fermato molte volte a pensare su questo argo-mento, e ancora non ho avuto il coraggio di prendere una posizione netta.
In me convivono lo spirito razionalista e quello opposto contemplativo. Lo spirito razionali-sta mi fa pendere l'animo verso il modo di pro-cedere occidentale, e cioè il metodo analitico, specialistico e verso quindi l'idea che, per svi-luppare una conoscenza vera dell'universo che abitiamo, sia necessario avere puntato micro-scopi e telescopi verso tutti i campi dello sci-bile umano, nessuno escluso. Ma la mia natura invece contemplativa, fa pendere la bilancia della fascinazione e dell'interesse personale più profondo verso l'idea giapponese (e orientale più in generale) della scoperta dell'universo mondo attraverso la contemplazione di un par-ticolare, di un'onda marina o di uno scroscio di pioggia.
Mi sento in bilico fra queste due opposte tendenze e, come l'asino di Buridano, credo che continuerò a rimanere fra le due scelte.
È forse "l'analogia” a poterci aiutare nel toglierci da quest' impasse. La nostra cultura occidentale ha fatto dell'analogia la ragione fondante di sé stessa. Gli olocausti offerti dagli antichi erano immagine analogiche del tributo che gli uomini davano alla natura e quindi agli dei. C'era una analogia diretta fra i miti platonici (della caverna, della biga alata) e la realtà che il grande filosofo intendeva analizzare e categorizzare attraverso, appunto, l'analogia con i miti. E ancora il nostro essere cristiani si fonda sull'analogia del sacrificio di Gesù con l'idea di sacrificio per gli altri che ognuno di noi dovrebbe avere come motivazione di tutta la nostra esistenza.
E allora in questa capacità analogica, in questa nostra capacità di leggere i "significati secondi” delle cose che osserviamo, ritrovo da occidentale la maniera di comprendere la conoscenza attraverso la contemplazione. In giappone si festeggia ogni anno la festa del “bocciolo di ciliegio”, o Sakura, o Hanami. In questo periodo di primavera si contempla la fioritura del ciliegio, che in quel paese è veramente spettacolare con interi viali colorati e con improvvise “nevicate” di petali che turbinano nel vento. Lo scopo del meditare davanti ai viali di alberi fioriti è quello di ragionare sul ciclo della vita, contemplare come la natura proceda per cicli e come ogni morte non sia mai una fine ma solo una trasformazione. Analogia del ciclo delle piante e delle fioriture con il ciclo delle nostre vite. Con la capacità di leggere le analogie si amplia e si potenzia la nostra capacità contemplativa. Ed ecco che magari uno scenziato che studia per tutta la vita, poniamo, l'invecchiamento dei nostri corpi, difficilmente potrà avere nel suo studio settoriale e particolare, la stessa completezza e profondità di immagine che dell'intero ciclo della vita e della morte riesce a comprendere il contemplativo.
“Voi occidentali - disse uno studioso cinese - ai nostri occhi sembrate come degli uomini in una barca a remi che, con grande forza e valore, vi affannate a risalire la corrente con enorme dispendio di energie e con risultati tutto sommato minimi, rispetto all'impegno profuso. Noi orientali, invece, abbiamo capito che, piuttosto che lottarci contro, l'enorme forza della corrente va utilizzata, assecondata, governata”.
Certo, i giapponesi non sono i cinesi e, per certi versi, ne sono l'esatto opposto. Ma di certo questo spirito di accettare la realtà e la vita e di utilizzare la sua forza anziché cercare di contrastarla, permea profondamente anche la loro cultura. È l'identità di tutta quella parte del mondo che non ha avuto Ercole, Ulisse o Achille come padri fondatori, ma che ha espresso civiltà che nella storia si sono stagliate con maggiore successo delle nostre.
Gianluca Floris