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Benvenuti nel sito di Gianluca Floris. Ma si può sapere chi diavolo è Gianluca Floris? È un cantante lirico?, è uno scrittore? È un formatore? È un viaggiatore? Ma, alla fin fine, perché un uomo dovrebbe essere definito solamente da uno dei suoi interessi, da una sola delle sue attività? Ricordo che un tempo vidi una foto di Max Plank che, vestito con uno smoking, sedeva davanti ad un pianoforte intento a suonare. Plank era quindi un pianista o uno scienziato? Ma che senso ha porsi queste domande? Il vostro capoufficio è un capoufficio o un marito? È un marito o un fratello? È un padre o un figlio? È un cugino o un ingegnere? Tutti noi non siamo definiti solamente da una delle nostre attribuzioni o da una delle nostre attività, ma dall'insieme del nostro agire e interagire con gli altri. Ah, per una simpatica ironia, Max Plank, con la scoperta dei quanti e la conseguente rivoluzione della fisica, ha messo fine ad una simpatica disputa scientifica a quei tempi tanto di moda: ma la luce è un"onda o una particella? La risposta geniale del buon pianista Max, fu che la luce, se la cerchi come particella, la trovi come particella ma se la consideri come onda, la trovi che si comporta da onda. Quindi io sono io. Sono Gianluca Floris e vi parlo da questo spazio per illustrare le mie attività.

 

l'articolo  

 Il mio lavoro è metafora di un mondo più giusto




08/03/2008 18.18.03

 Il teatro stesso è una metafora. Non so come spiegarlo, ma credo che le metafore servano a rendere meglio l'idea. Quindi iniziamo. L'analogia, la metafora, sono figure retoriche sorte nella notte dei tempi assieme al linguaggio dell'uomo. Anche il teatro credo che sia nato assieme al linguaggio. io mi immagino che la sera, dopo estenuanti battute di caccia, ci si ritrovasse davanti al fuoco a raccontare la giornata spiegando con racconti più o meno teatrali come mai il carniere quella giornata fosse povero o, al contrario per raccontare le gesta eroiche di chi era riuscito a catturare quella preda succulenta che in quel momento arrostiva fra le braci. Credo che veramente il teatro sia nato così per raccontare, spiegare le tragedie e per prendere in giro chi troppo se la tirava. Il teatro è nato assieme al racconto per rappresentare la vita. Rappresentarla, appunto, perché il teatro è quello che fa dalla notte dei tempi: rappresentare la vita vera. E così le storie che il teatro racconta sono più vere della vita perché sono l'osso della realtà, del nostro soffrire e del nostro gioire di tutti i giorni. Il teatro stesso si esprime attraverso le metafore e le analogie: lo sanno bene gli attori e i registi che usano questi segni per mettere in scena la rappresentazione, ma inconsciamente lo sa anche il pubblico che piange per i drammi dei personaggi perché attraverso le loro storie soffre di tutte le sofferenze che ha già patito nella vita vera. Perché ogni morte d'amore sul palcoscenico è la sublimazione dei nostri lutti amorosi, è la rappresentazione delle nostre mille e una sofferenze d'amore vissute. Perché ogni vendetta giusta di Ulisse contro i proci, è la metafora delle reazioni che avremmo voluto aver avuto in mille e uno casi di ingiustizie subite, di ingiurie subite dai nostri amati. Il teatro è sempre una metafora. 

Io faccio teatro. Il mio mestiere è quello di fare teatro. Io mi travesto, mi metto nei panni di un personaggio e vado in scena per rappresentare quel determinato dramma musicale. Io vado in scena travestito da un'altra persona e a quella persona, che non esiste, io presto la mia vita, la mia voce, il mio corpo. Io sono una metafora di una vita che non esiste, o meglio, che esiste solamente nello spazio e nel tempo della rappresentazione. Io faccio teatro e non lo faccio da solo: lo faccio con i miei colleghi che salgono sulla scena con me, lo faccio con le orchestre che suonano, con i direttori d'orchestra che concertano e con i registi che mettono in scena. Il mio lavoro è fatto così: io mi preparo musicalmente da solo, come tutti gli altri miei colleghi. Poi ci troviamo per le prove dove il direttore d'orchestra cerca di creare un'amalgama e di comunicare le sue intenzioni musicali. Poi ci incontriamo con il regista per capire quale è la sua idea sulla messa in scena e ci dà le indicazioni di regia, appunto. Nel mentre gli scenografi hanno lavorato sui progetti, i costumisti pure, gli attrezzisti hanno preparato i props e costruito gli oggetti, i datori luci hanno approntato tutto per i desiderata della regia. Poi, nelle ultime prove, come per magia, si mettono insieme i lavori di tutti i reparti. E come per magia ecco la nascita di uno spettacolo.

Ecco la prima analogia. Ognuno lavora nel suo reparto per l'obiettivo comune. Questa è la prima analogia del mio mestiere che mi piace considerare come metafora di un mondo giusto. Ognuno lavora in autonomia per l'obiettivo comune. Una società sana dovrebbe funzionare in questa maniera. Ecco la prima metafora di un mondo giusto.

Il lato crudele. Il mio lavoro ha anche un lato crudele, spietato, che è parte assolutamente integrante della professione. Il giorno che non sei più al livello di preparazione richiesta, il giorno che non sei più bravo o che non puoi più lavorare per un qualche accidenti fisico o perchè non ti aggiorni, o perché ti va via la voce, o perché non hai più voglia di dare tutte le tue energie migliori, allora hai finito. Chiuso. Se sbagli per più di un paio di volte si sparge subito la voce che non sei più bravo, che non sei più affidabile e hai finito di lavorare. Difficilmente potrai rientrare nel giro. Certo che a un artista che è stato bravo per vent'anni gli si dà qualche chance in più, ma se il risultato è sempre insufficiente, allora è fuori, ha chiuso. é crudele ma è così. E' cosi per noi cantanti, ma è così anche per i direttori d'orchestra, è così per i registi e così via. Chi sbaglia paga direttamente e lo paga caro.

Ma ecco la seconda analogia. Se fai male il tuo lavoro hai chiuso. Questa, se ci pensate bene, è la seconda metafora di un mondo migliore che il mio mestiere mi propone. Se in una società tutti pagassero il prezzo della loro inadeguatezza, se il medico, l'ingegnere, il funzionario, l'impiegato o il tecnico che svolgono male il loro compito, per loro deficienza, venissero licenziati dall'oggi al domani, il mondo sarebbe migliore di quello che è. Io sono sicuro che dopo qualche testa tagliata, tutti comincierebbero a considerare diversamente il proprio lavoro, rispettandolo, aggiornandosi, lavorando con più responsabilità.

Quello che volevo dire. Ecco che con questa seconda metafora, o meglio analogia, ho forse spiegato perché considero il mio mestiere metafora di un mondo migliore. Un'utopia certo, perchè il mondo migliore di questo dove viviamo non esiste, ma le utopie servono per indicarci la strada da percorrere, la direzione da prendere. Se tutti lavorassero tenendo presente l'obiettivo comune, se tutti coloro che lavorano male venissero cacciati a calci nel culo, il mondo sarebbe migliore. Sono sicuro di questo. Me lo ha insegnato il mio bellissimo e spietato mestiere.


Gianluca Floris


Pane e cultura

 

21/10/2007 12.54.55

La rinascita della Repubblica Sudafricana è iniziata quando Nelson Mandela, un intellettuale oltreché uno strenuo lottatore per i diritti umani, ha preso in prima persona la responsabilità della guida dello Stato. Mandela si è adoprato affinché il Sudafrica uscisse dalla situazione di apartheid nella quale versava da tempo e si affacciasse alla comunità internazionale degli stati democratici. Non è stato certo facile ma il processo ha avuto successo perché guidato da un progetto forte che viaggiava su due binari paralleli: da un lato l'estensione dei diritti umani e civili a quella parte che non ne aveva mai goduto e dall'altro una forte e saggia opera di pacificazione nazionale (l'Umbundu) con dei tribunali pacifici che non comminavano nessuna pena ma che avevano il compito di additare le responsabilità in maniera precisa e di perdonare. L'operazione ha avuto successo e oggi, pur con moltissimi problemi, la Repubblica Sudafricana può essere considerata senz'altro uno stato democratico.

Altro esempio è stato il ruolo che Vaclav Havel nel 1989 ha assunto alla guida dell'allora Cecoslovacchia. Era complesso traghettare la nazione alla rinascita civile dopo tanti decenni di dittatura comunista, eppure Havel ha saputo gestire coraggiosamente il passaggio alla democrazia della sua nazione. Tanto efficace fu il suo traghettamento verso la democrazia, che addirittura rese possibile la separazione delle due entità (Rep. Ceca e Slovacchia) a suon di referendum democratici pur non essendo d'accordo e rassegnando quindi le dimissioni al termine del processo. Ma la sua guida è stata fondamentale per portare la sua nazione a pieno titolo nella comunità degli stati democratici internazionali. E' stato Havel a dare una guida sicura e senza tentennamenti verso la democrazia.

Questi due esempi mi servono per affermare la mia tesi. Sia Mandela che Havel, infatti, erano e sono due intellettuali di levatura mondiale. Credo non possa esserci nessuna trasformazione di uno Stato in direzione di una crescita democratica e civile se la responsabilità del cambiamento non proviene da un'idea intellettualmente forte. L'esigenza di un reale cambiamento deve necessariamente provenire da un'idea di "crescita” etica di ampio respiro. Essendo questo il compito proprio degli intellettuali, ecco che i due esempi che ho citato non hanno portato le due nazioni a situazioni di dittatura o di repressione violenta, ma hanno al contrario contribuito a far crescere un humus etico e quindi democratico all'interno di comunità che fino ad allora non avevano conosciuto democrazia.

Ed eccoci all'Italia. Io non credo che il problema principale della nostra Nazione sia il fare o non fare leggi particolari in questa o quella direzione. Credo che il nostro problema sia quello di un profondo impoverimento etico e democratico che ha le sue radici proprio fra gli elettori. Ogni popolo, alla fine, ha la classe politica che si merita e io non credo che “La Casta”, per dirla con un termine oggi di moda, possa mai essere migliore di chi la elegge. Quindi se veramente si desidera un cambiamento per l'Italia, questo non può che provenire dall'intellettuale, da un'idea globale e non particolare dell'interesse dello Stato.
Prima deve esserci un ideale condiviso, deve esserci la visione utopica del Mandela che pur incarcerato non cessava di avere la sua forte convinzione ideale o la visione ideale del Vaclav Havel che, pure messo al bando dal regime comunista, non cessava di scrivere le sue opere imbevute di idealità democratica e di libertà.
Il percorso per una crescita nasce necessariamente dall'idea, dall'utopia civile e democratica che traccia la direzione. Il percorso nasce, infine, solo e solamente dalla CULTURA. La nostra povera Italia è arrivata dove è arrivata perché i cittadini della cosiddetta “società civile” non hanno nessuna visione complessa della realtà e della direzione verso la quale va la storia, ma dare un senso alla loro visione è compito della CULTURA, solo della CULTURA. Ecco perché è questa la vera urgenza che sento oggi. Perché ogni volta che vado in scena mi rendo conto che il nostro compito di artisti e di intellettuali va ben oltre la nostra interpretazione sulle assi del palcoscenico. E' assunzione di responsabilità culturale e civile. Sempre.
Ecco perché dobbiamo necessariamente ricominciare dalla CULTURA, dal riportare la gente alla sua fruizione. Ecco perché nessun percorso innovatore potrà mai partire se prima non sarà sorretto da una visione “intellettuale” chiara.
Diamo quindi ancora più importanza alla CULTURA, facciamo in modo che i teatri aprano il sipario ogni sera, che sia possibile organizzare manifestazioni dovunque in città, negli spazi condivisi, in quelli inusuali, favoriamo i gruppi spontanei di lettori e i circoli culturali che fanno interventi sul territorio.
Credo che l'unico cambiamento possibile per l'Italia decadente di oggi, sia quella che solo la CULTURA può tracciare, credo che dalla CULTURA dobbiamo ricominciare. Perché sì, serve che i politici rinuncino ai loro esecrabili privilegi, ma prima occorre che i cittadini crescano come responsabilità e coscienza.
La CULTURA e il pane hanno la stessa priorità per un cambiamento della società e sia la CULTURA che il pane hanno bisogno l'uno dell'altro, ché senza pane per tutti non c'è CULTURA fruibile da tutti e senza CULTURA diffusa non c'è pane per tutti.


Gianluca Floris


ARTE E ARTISTI

 

28/09/2007 23.38.29

L'arte ha bisogno di libertà, di un tipo particolare di libertà. La libertà di potersi sedere davanti a un monitor e di utilizzare le parole per rappresentare delle idee, delle intuizioni, delle sensazioni. La libertà di organizzare forme e colori su un tabellone o su una tela. L'arte è sempre libera perché nasce dall'insopprimibile bisogno di esprimersi, dalla necessità stessa dell'esprimersi che è libertà pura nell'atto stesso della creazione. Senza libertà e senza necessità non può esserci l'arte. Quindi l'artista è colui che ha la libertà di creare connessioni sinaptiche inedite fra i diversi elementi del mondo osservato e percepito. L'artista e l'arte sono sinonimo di libertà profonda. Di annotare gioie e fallimenti, glorie e miserie, e di farlo in maniera libera, creando con il genio e realizzando con la tecnica. Ma sempre in maniera libera. Ecco che l'opera d'arte, la produzione artistica, non possono mai essere rappresentazioni della realtà ma sono sempre e solo rappresentazioni dell'uomo, del suo pensiero e della sua sensibilità, della capacità di soffrire e di gioire. Sono immagine di quello che l'essere umano è nel suo profondo.

Ma secondo me c'è un'altra caratteristica insopprimibile e irrinunciabile dell'arte e quindi dell'artista: il coraggio. Troppi sono cantanti o musicisti o poeti, o fotografi, o scrittori solo fra le mura di casa. Ma l'artista che si possa definire tale deve anche essere coraggioso. Il coraggio di esprimere il suo pensiero, di affermare la propria intuizione, la propria sensibilità. Il coraggio di leggere la realtà che ci circonda con i propri sentimenti più profondi e la nostra sensibilità. Alla fine serve il coraggio di esserlo, artista.

Credo che alla fine, sono anni che ci penso, il ruolo dell'artista sia sempre e comunque politico nel senso più alto del termine. Credo che noi artisti, nell'esserlo il più onestamente possibile intendo, abbiamo il ruolo importantissimo di testimoniare coraggio e libertà. Due cose alle quali la gente anela, ma che non ha gli strumenti per raggiungere. Perché non tutti possono essere artisti, ma tutti hanno bisogno degli artisti che mostrino loro brandelli di verità. La verità, quando la vedi in un'opera d'arte, la riconosci e per un attimo ne riconosci l'immagine dentro di te. E' l'artista che dà alla gente comune la speranza, l'attimo di profondità che a volte, quando riconosciuto, ci turba. Perché i pezzi di verità, quando qualcuno ce li strappa da dentro, spesso fanno male da piangere, anche se non sai perché.


Gianluca Floris


Capita spesso

 

23/06/2007 20.03.33

Ci capita di continuo e pensiamo che capiti solo a noi, e invece è una sensazione comune a milioni di individui. Leggiamo il passo di un libro, i versi di una poesia, le parole di una lirica, di una canzone, di un brano d'opera e ci pare meravigliosa la sintonia con il nostro pensiero. Ci pare che solo noi e l'autore abbiamo realmente compreso il significato profondo di quelle parole, perché è come se l'autore avesse operato su nostra commissione.

Mi è capitato nel leggere il compianto Ryszard Kapuscinski e il suo IMPERIUM (Feltrinelli), narrazione sui suoi viaggi in Unione Sovietica e in Russia. A pag. 209 ecco le parole che esprimono perfettamente il mio pensiero.

"Tre sono i flagelli che minacciano il mondo.

1 - la piaga del nazionalismo.
2 - la piaga del razzismo.
3 - la piaga del fondamentalismo religioso.

Tre pesti unite dalla stessa caratteristica, dallo stesso comun denominatore: la più totale, aggressiva e onnipotente irrazionalità. Impossibile penetrare in una mente contagiata da uno di questi tre mali. nella testa di un tipo così arde il rogo sacro che aspetta le sue vittime. Qualunque tentativo di fare un discorso pacato risulterà inutile. Quello non vuole un discorso, vuole una dichiarazione. Vuole che tu sia d'accordo, gli dia ragione, lo autorizzi. Altrimenti non sei nessuno, neanche esisti, visto che per lui conti solo in quanto mezzo, arma, strumento. Non esistono individui, esiste solo la causa."

R. Kapuscinski

Questo scritto del grande scrittore polacco dipinge fin nei dettagli il mio pensiero. Anche se sono tentato di riassumere le tre piaghe descritte sotto una unica autentica piaga devastatrice: L'ignoranza.

 


BASTA CON L'APPARTENENZA

 

 

06/04/2007 22.29.30

Sembra una cosa semplice, ma non lo è per nulla. Ci rendiamo conto che il nostro pensiero non è quasi mai libero? Voglio dire, ci rendiamo conto di quanto il nostro giudizio sulla realtà, o anche solo su un singolo evento, sia in realtà condizionato dal gruppo al quale noi apparteniamo o sentiamo di appartenere?

Quante volte nel sentire una persona che sta parlando alla radio o alla TV, sospendiamo il nostro giudizio su quello che afferma fino a che non capiamo a quale schieramento, a quale gruppo quello appartiene? Succede molte più volte di quanto non ci rendiamo conto.

In parte la ragione di questa nostra incapacità di essere veramente liberi risiede nella nostra inconscia paura. Paura di tutto: dello straniero, del futuro, del ladro, del diverso ecc ecc. E' la sindrome dei carri in cerchio dei pionieri del far west: ad ogni attacco esterno si reagiva con i carri in circolo e tutti dentro a difendersi. L"appartenenza ad un gruppo la si sente tanto più forte quanto più si ha paura.

La paura non rende il nostro pensiero e il nostro giudizio "affermativo” ma semmai "confermativo”. Tendiamo, sulla spinta della paura, a “confermare” o a “riaffermare” (parola infatti molto di moda) concetti che già altri avevano espresso prima di noi. “Riaffermare la propria identità” è una delle classiche frasi che sentiamo sempre più spesso, e quasi sempre la si usa per mascherare divisioni, ghettizzazioni, persecuzioni o razzismi di natura spesso violenta.

Il pensiero veramente libero e “affermativo” nelle sue asserzioni richiede, come condizione necessaria, la “non appartenenza”. Solo chi “non appartiene” a nessun gruppo può esprimere idee, formulare proposizioni, esprimere idee “affermative”, cioè solo chi è realmente libero nel suo intimo può affermare le proprie idee come vero e proprio contributo originale.

Non è più tempo di “appartenenza”. L'appartenenza crea divisione, scontro. L"appartenenza crea incomunicabilità e guerra. Se nessuno di noi avesse ancora il primitivo bisogno di avere una appatenenza, non ci sarebbero gli scontri fra tifoserie dell’ormai putrefatto calcio, non ci sarebbero i campi di concentramento per chi migra in cerca di una vita migliore e nella terra vasta che sta fra il mare Mediterraneo orientale e il Karakhorum le nazioni e le varie tribù potrebbero utilizzare i denari per curare ed istruire i loro bambini, anziche comprare armi.

La libertà di pensiero, di un pensiero realmente libero e affermato, è una condizione indispensabile nella realtà odierna, dove la democrazia chiama ad interventi diretti ogni singolo elettore. Un vero pensiero affermativo potrebbe darci uno strumento migliore per il nostro ruolo di cittadini responsabili.

Non mi rivolgo qui a quelli che dicono “tanto non cambia nulla, è tutto un magnamagna, tutti i politici sono ladri”. Quelli che dicono queste frasi non sono persone in grado di fare i cittadini responsabili, sono i peones della nostra società e si accodano sempre al prevalere della maggioranza.

Io mi rivolgo a tutti quei cittadini che si indignano spesso davanti a un bus che non è mai in orario, davanti agli asili nido che non ci sono, davanti ad un ufficio che non svolge il suo ruolo. Mi rivolgo a tutti quelli che continuano ad avere una sana indignazione per qualsiasi inefficienza del vivere civile e che coltivano questa indignazione come un tesoro, come un fuoco di Vesta da tenere sempre acceso come un proprio motore del vivere civile.

A tutte queste persone voglio dire di cercare di fare uno sforzo per rendere il loro pensiero “affermativo”.  Non sentiate più l’appartenenza come categoria per decifrare il presente. Informatevi, leggete, chiedete agli altri e formatevi una vostra idea sulle questioni che il vivere vipara davanti.

Affermate le vostre idee liberamente, senza pensare preventivamente se il vostro pensiero verrà condiviso o meno. Viviamo un periodo, in Italia, di pochezza culturale e solamente se avremo tutti il coraggio di affermare il nostro pensiero libero, anche dai nostri stessi condizionamenti, potremmo realmente contribuire ad un arricchimento generale, ad un arricchimento di tutti, ad un arricchimento comune.

 

“L’unica razza alla quale sento di appartenere è la razza umana” A.Einstein

 

 

 

 


FARSI UN'IDEA DEL MONDO

 

 

21/10/2006 3.01.39

Amenità. Si dice che la differenza abissale fra la cultura giapponese (o asiatica in generale) e la nostra occidentale sia in questa descrizione. Mentre l'occidentale per farsi un'idea completa dell'intero universo ne studia ogni dettaglio, tutte le leggi che lo rego-lano, ne descrive con minuzia tutte le parti che lo compongono, il giapponese passa tutta una vita a studiare una sola foglia di una determina-ta pianta. La osserva, la scruta, la fotografa e la dipinge ossessivamente. Ma il giapponese da questo studio così tanto dettagliato e quasi os-sessivo, riesce a trarne un'idea abbastanza esat-ta di come funzioni l'universo intero. Mi sono fermato molte volte a pensare su questo argo-mento, e ancora non ho avuto il coraggio di prendere una posizione netta.

In me convivono lo spirito razionalista e quel-lo opposto contemplativo. Lo spirito razionali-sta mi fa pendere l'animo verso il modo di pro-cedere occidentale, e cioè il metodo analitico, specialistico e verso quindi l'idea che, per svi-luppare una conoscenza vera dell'universo che abitiamo, sia necessario avere puntato micro-scopi e telescopi verso tutti i campi dello sci-bile umano, nessuno escluso. Ma la mia natura invece contemplativa, fa pendere la bilancia della fascinazione e dell'interesse personale più profondo verso l'idea giapponese (e orientale più in generale) della scoperta dell'universo mondo attraverso la contemplazione di un par-ticolare, di un'onda marina o di uno scroscio di pioggia.

Mi sento in bilico fra queste due opposte tendenze e, come l'asino di Buridano, credo che continuerò a rimanere fra le due scelte.

È forse "l'analogia” a poterci aiutare nel toglierci da quest' impasse. La nostra cultura occidentale ha fatto dell'analogia la ragione fondante di sé stessa. Gli olocausti offerti dagli antichi erano immagine analogiche del tributo che gli uomini davano alla natura e quindi agli dei. C'era una analogia diretta fra i miti platonici (della caverna, della biga alata) e la realtà che il grande filosofo intendeva analizzare e categorizzare attraverso, appunto, l'analogia con i miti. E ancora il nostro essere cristiani si fonda sull'analogia del sacrificio di Gesù con l'idea di sacrificio per gli altri che ognuno di noi dovrebbe avere come motivazione di tutta la nostra esistenza.

E allora in questa capacità analogica, in questa nostra capacità di leggere i "significati secondi” delle cose che osserviamo, ritrovo da occidentale la maniera di comprendere la conoscenza attraverso la contemplazione. In giappone si festeggia ogni anno la festa del “bocciolo di ciliegio”, o Sakura, o Hanami. In questo periodo di primavera si contempla la fioritura del ciliegio, che in quel paese è veramente spettacolare con interi viali colorati e con improvvise “nevicate” di petali che turbinano nel vento. Lo scopo del meditare davanti ai viali di alberi fioriti è quello di ragionare sul ciclo della vita, contemplare come la natura proceda per cicli e come ogni morte non sia mai una fine ma solo una trasformazione. Analogia del ciclo delle piante e delle fioriture con il ciclo delle nostre vite. Con la capacità di leggere le analogie si amplia e si potenzia la nostra capacità contemplativa. Ed ecco che magari uno scenziato che studia per tutta la vita, poniamo, l'invecchiamento dei nostri corpi, difficilmente potrà avere nel suo studio settoriale e particolare, la stessa completezza e profondità di immagine che dell'intero ciclo della vita e della morte riesce a comprendere il contemplativo.

“Voi occidentali - disse uno studioso cinese - ai nostri occhi sembrate come degli uomini in una barca a remi che, con grande forza e valore, vi affannate a risalire la corrente con enorme dispendio di energie e con risultati tutto sommato minimi, rispetto all'impegno profuso. Noi orientali, invece, abbiamo capito che, piuttosto che lottarci contro, l'enorme forza della corrente va utilizzata, assecondata, governata”.

Certo, i giapponesi non sono i cinesi e, per certi versi, ne sono l'esatto opposto. Ma di certo questo spirito di accettare la realtà e la vita e di utilizzare la sua forza anziché cercare di contrastarla, permea profondamente anche la loro cultura. È l'identità di tutta quella parte del mondo che non ha avuto Ercole, Ulisse o Achille come padri fondatori, ma che ha espresso civiltà che nella storia si sono stagliate con maggiore successo delle nostre.

Gianluca Floris


 

 

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